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martedì 7 marzo 2017

Tutto quello che avreste voluto sapere sulle donne* (*ma non avete mai osato chiedere)


Essere donna: il Bianco

Essere donna è un privilegio. Un privilegio sottovalutato.
L’aveva già intuito a suo tempo Dante Alighieri quando aveva elevato Beatrice nelle schiere celesti dandole il ruolo di personale guida verso Dio. Non certo quisquiglie.
Io mi sono però innamorata di quel misogino di Giacomo Leopardi (sfigato in amore, come tanti o forse tutti i misogini). Nelle nozze della sorella Paolina afferma:

Donne, da voi non poco
La patria aspetta; e non in danno e scorno
Dell’umana progenie al dolce raggio
Delle pupille vostre il ferro e il foco
Domar fu dato (…)

Ad atti egregi è sprone
Amor, chi ben l’estima, e d’alto affetto
Maestra è la beltà. D’amor digiuna
Siede l’alma di quello a cui nel petto
Non si rallegra il cor (...)

Leggendo questi versi mi sono sentita presa in causa, quasi rimproverata.
Il valore della donna sarebbe più determinante di quello maschile sui campi di battaglia: lo sguardo femminile ("dolce raggio delle pupille vostre") avrebbe il potere di domare "il ferro e il foco", di rovesciare le sorti della patria e della storia.
E come? Non certo andando in prima linea a combattere perché, diciamocelo, la natura ci ha donato una struttura fisica differente da quella maschile. EvvivaIddio! Inutile rivendicare parità assoluta quando siamo diversi, magnificamente diversi. Non c’è inferiorità o superiorità, ma è una questione meramente oggettiva.
La donna è più fragile e non ha bisogno di vergognarsi della sua meravigliosa fragilità. La donna è colei che per nove mesi porta in grembo una nuova vita e che se ne occupa per i successivi giorni, nutrendola direttamente dal proprio corpo. La donna è calore. È profumo di buono. Chiudete gli occhi e pensate al profumo di vostra madre. Lo sentite? Rimane lì, catturato per sempre, pronto a riaffiorare quando meno te l'aspetti.
La donna è il perno attorno al quale ruota una famiglia. La donna è colei che con la sua grazia e bellezza, soprattutto interiore, può spronare l’uomo a tirare fuori il meglio di sé.
E sarà forse per questo che la saggezza popolare insegna che dietro a un grande uomo c’è sempre una grande donna? Non mi sento sminuita da questa affermazione, al contrario. Riconoscere che la mia femminilità, unita a dolcezza e intelligenza, possa portare alla luce bellezza e valore anche dalle persone circostanti mi riempie di gioia. Mi sento più responsabile della comunità in cui vivo e delle generazioni che verranno e che ci giudicheranno.
Se, in quanto donna, mi lamento di essere trattata come un oggetto ma poi posto di continuo foto in bikini succinti, labbra arricciate e natica sporgente quale valore mi sto attribuendo? Quale messaggio sto comunicando? Come posso incolpare la società di tutti i mali dell'universo quando sono la prima a violare la sacralità del mio corpo? Cosa dirò a figli/e, nipotini/e, discendenti vari quando troveranno i miei scatti da gattina in baby doll? Proverò a spiegare che mi servivano più likes?
In questo mi sento sminuita. Nel bisogno di ostentare una continua provocazione per sentirmi apprezzata. Il mio corpo è un inno alla vita e come tale voglio proteggerlo da altri "utilizzi". Un corpo femminile è bello e armonioso. Un corpo femminile è una sinfonia di forme e rotondità, con tutte le sue unicità. Un corpo femminile è opera d'arte.
E il privilegio di essere donna sta tutto racchiuso qui: comprendere il mio tesoro, attribuirgli un valore inestimabile e donarlo quando davvero ne vale la pena.


Essere donna: il Nero

Essere donna, diciamocela tutta, non è bello. È una faticaccia. Mi correggo: essere donna è bello e faticoso, perché, sia ben chiaro, essere donna mi piace, mi piace proprio un sacco. Ma (perché c'è sempre un ma), ma ci sono dei momenti in cui preferirei avere un pene, tipo quando, durante una serata al Magnolia, piena di birra che neanche un camionista sull'Anagnina, mi scappa la pipì e devo usare quei cessi di merda, che al confronto la peggio latrina di Mumbai sembra il bagno del Ritz. Ecco, in quel momento desidererei tanto avere un pene, per urinare libera e felice sul primo albero disponibile, magari sgocciolando un disegnino stile Pollock.
E mi risparmierei volentieri un sacco di altre rotture, come la ceretta. E adesso non venitemi a dire che se la fanno pure gli uomini perché, per me, quelli non sono uomini. E non venitemi nemmeno a dire che è un'imposizione della società, perché anche a noi donne, alla fin fine, piace essere lissie lissie e non sentirci degli orsetti irsuti, ma ciò non toglie che depilarsi sia una rottura, e per di più dolorosa. Ecco, forse un pene in questo caso non serve. Serviva nascere glabre. Grazie mamma, grazie stupidi geni.
E vogliamo parlare del makeup, il profumo, lo smalto, le creme, lo scrub, cazzimazziestramazzi che il mio moroso si rasa i capelli, si doccia usando solo il bagnoschiuma e non sa nemmeno che cazzo sia uno scrub? 3, 2, 1 pronti via, senza dover abbinare il trucco al vestito.
Che poi il vestito va scelto. E vi assicuro che per una come me, che tende a indossare una divisa nera jeans e maglietta, tre matrimoni in un anno con tre outfit diversi sono stati un'impresa degna delle X fatiche di Ercole. I capelli li ho tagliati, così almeno all'acconciatura non ci penso.
Ma c'è una cosa più di tutte che mi fa incazzare dell'essere donna. E sono quelle sottili discriminazioni sessuali che ancora persistono. I femminili insulsi tipo "ministra". Il bollo "facile", per non dire "troia", se ti godi il sesso da one-night stand o se hai più uomini contemporaneamente. Lo stupore se di mestiere guidi l'autobus o sei AD di una multinazionale. Siamo nel 2017, datevi una svegliata: ministro va più che bene anche per le donne, e non ci serve per forza un sostantivo in -a per ribadire il nostro sesso; la figa è nostra e ce la gestiamo noi, libere di darla o tenercela a seconda di come ci gira; saranno anche cazzi nostri se ci piace guidare l'autobus o se abbiamo scelto di fare carriera, magari sacrificando tutto il resto. E se non voglio depilarmi non lo faccio, vado in tuta ai matrimoni e per di puù struccata, tiè ciapa sü. Mo resta il problema pisciare in piedi, che cazzo da bambina in Provenza ho fatto pipì accucciata e il Mistral me l'ha deviata in faccia effetto boomerang ed è una cosa che non auguro a nessuno. Ma almeno mi son fatta delle gran risate.

Essere donna è bello e faticoso. E non ci rinuncerei per niente al mondo.

giovedì 22 dicembre 2016

La Bellezza del Natale





"D'alto affetto / Maestra è la Beltà" (G. Leopardi)


Sono una convinta sostenitrice della magia del Natale, di addobbi, luci colorate, alberi festanti, decorazioni e oggettini d’arredo. Un'esplosione di bianco, rosso, oro e argento.

Mi perdo a guardare le vie del centro, invase da un brulichio di persone che passeggiano con cappotti pesanti e braccia appesantite da sacchetti pieni di regali appena acquistati. 

Mi piace osservare le guance arrossate dal freddo e incorniciate di tanto in tanto da nuvole di fumo caldo che esce dalla bocca. 

Mi incanto all'ingresso dei negozi luccicanti, dei bar accoglienti che offrono una tregua al gelo pungente. 

E poi amo la fretta di quelli che si sono ridotti all’ultimo a fare i regali. L’emozione dei bambini che attendono trepidanti il grande giorno. L’elettricità palpabile.

Non proverò a negare che ci sia una buona dose di accanimento markettaro. Non proverò a negare che il Natale sia diventato una festività commerciale ben sfruttata. Non proverò nemmeno a negare che per molti sia solo un’occasione per spendere e spandere con un’ottima autogiustificazione. Sarebbe una battaglia persa.

Tenterò quindi di spiegarlo con un passo di Vittorini, in Le città del mondo, che mi ha conquistato a prima lettura:


"E la gente è contenta nelle città che sono belle  (...) E si capisce che sia contenta. Ha belle strade e belle piazze in cui passeggiare, ha belle case per tornarvi la sera, e ha tutto il resto che ha, ed è bella gente. Tu lo dici ogni volta che entriamo a Nicosia. Ma che bella gente! È lo stesso ogni volta che entriamo a Enna. Ma che bella gente! Lo stesso ogni volta che entriamo a Ragusa. Ma che bella gente! E se incontriamo un uomo vecchio tu dici ma che bel vecchio. Se incontriamo una donna giovane tu ti volti e dici ma che bella giovane. Vorresti negarlo? Tu dici che dev'essere per l'aria buona, ma piú la città è bella e piú la gente è bella come se l'aria vi fosse più buona...”


Ecco l'illuminazione che mi ha folgorato. La bellezza genera bellezza. Più un luogo è bello, ben curato, accogliente, più chi lo abita desidera essere migliore. 

Questo vale per ogni posto fisicamente o metaforicamente vivibile. Come noi stessi. Come il linguaggio e le parole che usiamo, da scegliere con attenzione. L'accurato labor limae di catulliana memoria. Se scegliamo parole belle invitiamo chi ci ascolta a fare altrettanto, magari a modificare il consueto elenco di bestemmie e parolacce. Magari, dico. C’è una buona dose di speranza.

Come quando visitate la pinacoteca di Brera o di fronte ad un paesaggio mozzafiato. Per un attimo avvertite un sussulto. Vi fermate. Ecco, per una frazione di secondo, anche brevissima, vi sembra di desiderare quell'armonia di forme e colori. Di poterci arrivare. No? 


Certo, la mia non è una grande rivelazione e perdonate l'ovvietà . Ma a volte me ne dimentico. Secondo me è questo il valore dell'atmosfera magica del Natale. Un periodo in cui prepararsi fuori e dentro alla Bellezza. Un periodo in cui ricordarsi della bellezza, in cui cercarla. Che se anche non dovesse salvare il mondo intero, come supponeva il principe Miškin, potrebbe cominciare a salvare noi.