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venerdì 16 giugno 2017
Se mi inviti, io festeggio!
Tanto disprezzo l'idea di percorrere la navata di bianco vestita, quanto adoro essere invitata ai matrimoni.
Parliamone ragazze, non esiste occasione migliore per sfoggiare mise altrimenti immettibili, dall'abito in seta rosa ai tacchi Jimmy Choo, dai guantini in pizzo che scansati Madonna degli anni d'oro ai fascinator che Kate Middleton può accompagnare solo.
Lasciate perdere l'ipocrisia di condividere il giorno più bello della loro vita con gli sposi (anche perché non è il giorno più bello della loro vita, come ho già detto).
Un matrimonio è l'occasione per sentirsi fighe come sul red carpet, e per rimorchiare la qualsiasi, altro che tinder, once, happn. Se avete un briciolo di cervello berrete il giusto per essere un po' brille ma non messe, insomma capaci di intendere e di volere, ma contemporaneamente coi freni inibitori a briglie sciolte: puntate, flirtate, ballate e SBAM! Magari rimarrete comunque single a vita (che schifo non fa mai), ma anche una sana bottarella non ha mai ucciso nessuno.
Se in più il fotografo è bravo, pure un mezzo book gratis vi potete scroccare, che così fighe non lo sarete mai, a meno che non rientrate nella categoria donne magiche, ma questa è tutta un'altra storia.
Per non parlare poi di quei matrimoni con la band figa o il dj set: ballare fino allo sfinimento con gli amici più cari, urlando "LE NOTTI NON FINISCOOOOONOOOO", è un piacere che, a mio modestissimo parere, non ha prezzo.
E concludiamo con una chicca: certi matrimoni sono così trash, che ciao Real Time ciao. Sono quelli che mi danno più soddisfazione: dopo aver visto un chihuahua di fucsia bardato portare le fedi all'altare, credo di averle viste tutte (e ringrazio ogni giorno per aver assistito alla scena). Questi sono i momenti magici per cui vale la pena vivere.
Insomma. Sposatevi. E Fatelo per me
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venerdì 9 giugno 2017
Sì lo voglio. Ma poi... perché?
Prima o poi ce lo chiediamo tutte: perché sposarsi?
Certo l'abito bianco da principessa potrebbe essere un valido argomento di dibattito. Per non parlare del profumo dei fiori d'arancio e della solennità della marcia di Mendelssohn.
Ma... sarà sufficiente?
Anche se non tutte lo ammettono ad alta voce, l'amore da favola rimane un sogno. Nel cassetto. Chiuso. Così serrato che ci siamo dimenticate dove abbiamo lasciato le chiavi per aprirlo, questo cassetto.
Perché?
- le cose belle fanno paura;
- le cose belle richiedono sacrificio e fatica;
- le cose più belle implicano il coinvolgimento di altre persone che non possiamo controllare ma solo amare.
- le cose belle, quando vengono a mancare, lasciano una ferita.
Aggiungiamo alla lista una buona dose di pessimismo alimentata dai fallimenti che ci circondano. Sembrano dirci che nulla duri.
Se prima il matrimonio era un vincolo da dover stringere per avere un riconoscimento sociale e per poter lasciare la casa dei genitori, oggi è solo una scelta.
Una scelta molto costosa, tra le altre cose.
E così si opta per la convivenza. Meno rischi, meno impegno, meno fatica.
C'è solo un piccolo intoppo, più o meno implicito.
La convivenza ci autorizza a mettere in conto il fallimento. La vocina sommessa dentro di noi ci dice piano: "Viviamo insieme e ci amiamo sì, finché dura".
Se poi non va almeno ci abbiamo tentato, è che proprio non ha funzionato. Caratteri troppo diversi.
Mi sembra come andare a giocare una finale sapendo di perdere, come prepararsi ad un colloquio convinti che prenderanno il solito raccomandato. Manca la motivazione. La sfida. Il rischio.
È la logica a cui ci hanno abituato negli ultimi 30 anni. Consuma veloce ciò che ti piace senza aspettare, cambia veloce ciò che non ti piace più, non appena affiorano nuovi desideri. E di desideri siamo letteralmente bombardate ogni giorno. Sotto assedio.
Le cose nuove sono facili da ottenere.Le cose vecchie difficili da riparare, non valgono più la pena.
Non sto dicendo che tutte le convivenze falliscano. Conosco coppie che non si sono mai sposate perché non condividono il valore del matrimonio e sono l'esempio vivente dell'amore.
Per spiegarmi meglio devo giocare a carte scoperte. Io vi parlo da credente.
E quindi rispondo alla domanda principale: perché sposarsi?
L'amore ai miei occhi è l'incontro di un Tu con un altro Tu che spazza via quell'inquietudine che abbiamo e che cerchiamo di riempire da sempre. Ma due Tu soli non bastano.
La nascita di una famiglia in fondo è un po' come una mini-Creazione (qui rasento l'eresia, me ne rendo conto). Grandiosa e difficile. I progetti grandiosi richiedono sforzi altrettanto grandiosi.
E per questo essere in due non basta. Il Sì sull'altare è un invito a Dio ad entrare a far parte di questa unione. Un'unione che è qualcosa di diverso e di più grande di due singoli Tu. Un'unione che mette in atto quell'Amore presente solo in potenza. È questo il caso in cui si sfidano le logiche matematiche, in cui 1+1 non fa 2.
Fa di più. Molto di più.
Il pianeta Terra mi chiama e quindi termino qui il mio volo icarico (che non sono sicura esista come aggettivo ma ha reso l'idea). Se volete una visione meno smielata vi consiglio la lettura della controparte:Felici Ma trimoni
venerdì 19 maggio 2017
Felici ma trimoni
No. Purtroppo l’idea geniale del titolo non è mia ma di uno dei miei dei della musica, idolo indiscusso e capello spaziale, Caparezza, già sul pezzo nell’ormai lontano 2006 quando si chiedeva: “Ma perché vi coniugate, a che serve? Mica siete dei verbi”.
Esatto, perché? No, davvero, spiegatemelo voi perché io, da sola, proprio non ci arrivo. Perché, arrivati ai trent’anni, sentite lo spasmodico bisogno di convolare a nozze, più o meno giuste, mentre io sento lo spasmodico bisogno di ingollarmi serie su Netflix come se non ci fosse un domani? Perché i miei amici si sposano e figliano, mentre la mia conquista più grande è non lasciare l’acqua del thè sul fuoco finché non è evaporata tutta?
Esatto, perché? No, davvero, spiegatemelo voi perché io, da sola, proprio non ci arrivo. Perché, arrivati ai trent’anni, sentite lo spasmodico bisogno di convolare a nozze, più o meno giuste, mentre io sento lo spasmodico bisogno di ingollarmi serie su Netflix come se non ci fosse un domani? Perché i miei amici si sposano e figliano, mentre la mia conquista più grande è non lasciare l’acqua del thè sul fuoco finché non è evaporata tutta?
Ecco, ora, io lo so che anche in me c’è qualcosa di sbagliato, che sono immatura, scettica e anarchica e l’idea di firmare un contratto che mi lega a un’altra persona per tutta la vita mi toglie il fiato, che scansati record del mondo di apnea.
Io lo so che morirò cincischiando, perché in fondo sono pigra e cinica e non sono proprio due virtù che ti spingono a cogliere l’attimo, svegliandoti all’aurora come canta il caro Guccini.
IO SO.
E, pay attention, non giudico e non critico quelli che si sposano, eh. Contenti voi, contenti tutti. Vorrei capire perché lo fate. Dimentichiamoci il mio agnosticismo, virato all’ateismo, che a me cazzomene di essere sposata davanti agli occhi di Dio; tralasciamo il fatto che si sposano Fedez e la Ferragni, e già questo dovrebbe essere un ottimo deterrente all’idea di indossare l’abito bianco; togliamoci di torno anche il mio mantra “l’amore è eterno finché dura”, grazie al quale sono sopravvissuta finora, districandomi tra cocenti delusioni che al confronto il rigore di Baggio è una ventata di aria fresca. E cambiamo domanda: perché dovete ridurre l’amore a un misero contratto? Nel mio mondo, tetro e sconsolato con un tocco di melò e romanticismo becero, l’amore è un dono quotidiano, da dare e ricevere, senza costrizioni. L’amore è scelta di ogni giorno e come tale deve restare. Perché, parliamoci chiaro: finito l’entusiasmo del corteggiamento e del limone duro, dell’innamoramento e del sesso spaziale, si sceglie di amare qualcuno liberamente, senza che sia un contratto a imporcelo.
Ho detto la mia. Tolgo il pentolino del thè, che altrimenti mi evapora l’acqua.
Ho detto la mia. Tolgo il pentolino del thè, che altrimenti mi evapora l’acqua.
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venerdì 21 aprile 2017
La Prestazione Sessuale di Merda
Dopo la riflessiva parentesi pasquale, affrontiamo un tema sexy, scabroso, scottante, ovvero (rullo di tamburi) la Prestazione Sessuale Di Merda (PSDM), di cui ora analizzerò nel dettaglio il diverso grado di intensità.
1. Torpore: caratterizzato dal fatto che la donna tende ad assopirsi, ma, se stimolata, si risveglia ed è in grado di eseguire semplici pratiche sessuali con una certa svogliatezza e di emettetre qua e là qualche gemito. Addirittura, la risposta all’orgasmo maschile può essere una simulazione ben riuscita, di cui voi uomini rimarrete per sempre ignari. La malcapitata riesce anche a contrarre i muscoli del piede perché ha letto in uno studio dell’Università di Oxford che, nel momento della petit mort, proprio quei muscoli si contraggono involontariamente. La donna è ancora in grado di assecondare il suo partner.
2. PSDM lieve: la donna è sempre più difficilmente risvegliabile e non risponde agli stimoli più intensi, sebbene talvolta emetta qualche biascicato gemito che assomiglia di più al lamento di uno a cui hanno pestato il piede. La risposta all’orgasmo maschile è peggio interpretata ma sempre presente, tuttavia la poveretta si dimentica di contrarre il collo del piede e allora magari al partner più istruito sorge qualche dubbio, ma – ve lo garantisco – è davvero difficile che uno si sia letto la sera prima la ricerca oxfordiana. La donna è ancora in grado di assecondare il suo partner, anche se svogliata.
3. PSDM di medio grado: la donna non reagisce più a nessuno stimolo, e anche se ci fosse con lei Rocco Siffredi rimarrebbe lì inerte e priva di qualsivoglia forma di eccitazione. Solo i suoi occhi sono ancora in grado di reagire chiudendosi un poco quando le sembra il momento opportuno, e ancora riesce a simulare un respiro pesante e affannoso, ma di gemiti nemmeno l’ombra. Quando il partner raggiunge l’orgasmo, alla sventurata, che mostra chiari sintomi di reattività ridotta, occorre qualche secondo per realizzare che è giunto il momento di lanciare un urletto e di di dirgli: “Sei stato fantastico”. Non essendo più in grado di assecondare il proprio partner, la donna ricorre all’ultima arma rimastale: la menzogna.
4. PSDM grave: la stimolazione che sia di mano, di lingua, di sex toy, di pene non provoca risposta alcuna, e la donna rimane immobile a fissare il soffitto e a pensare che, cavolo, quella crepa andrebbe proprio fatta stuccare, altrimenti ci viene giù l’intonaco intero. Vi è ancora segno di vita nei meccanici “sì, dai”, “quanto mi piace”, “continua” che sbiascica a intervalli regolari, dovendo ricorrere alla menzogna ben prima che nel caso della PSDM di medio grado. Ogni tanto prova a trattenere il respiro nella speranza che la carenza di ossigeno la faccia svenire e ponga così fine alla sua sofferenza. Con reattività scarsa o abolita, all’orgasmo maschile la miserabile lancia un occhio all’orologio, pensa che Chi l’ha visto? sta già per incominciare, lo riempie di falsi complimenti su quanto “come lui nessuno mai” ed è già in compagnia della Sciarelli.
5. PSDM gravissima: la donna può presentare ancora una parvenza di vita solo perché è fisicamente presente nel letto. Per il resto mancano gemiti, reazioni pupillari, falsi incoraggiamenti e simulazione. In genere, gli arti sono rilasciati, privi di tono, e non vi è più nessuna reazione all’orgasmo maschile, nemmeno la menzogna. La malcapitata, dopo aver sperato per tutto il tempo che l’intonaco le crollasse in testa e la mandasse in coma irreversibile, non fa altro che rimanere immobile, maledicendo se stessa e le sue pessime scelte in campo sessuale.
6. PSDM depassé: caratterizzato dalla abolizione completa di ogni attività cerebrale e fisica da parte femminile. La donna è più di là che di qua. È mantenuta in vita solo dall’idea che presto, molto presto finirà, si spera. E che era meglio comprarsi un gatto.
venerdì 14 aprile 2017
Non solo cioccolato: perché Amo la Pasqua
Perché Pasqua?
Avvertenze prima dell’uso: questo
post è volontariamente provocatorio. Si propone di suscitare domande senza la
pretesa di fornire risposte.
Certo il cioccolato è buonissimo
e anche la grigliata del lunedì in compagnia degli amici. Natale con i tuoi e
Pasqua con chi vuoi. Non ci sono più le mezze stagioni. Chi più ne ha più ne metta. Tutto molto
piacevole.
Ma perché celebriamo la
Pasqua? Perché ci scambiamo auguri e ovetti dolcissimi? È come imbucarsi a un party di cui non si conosce il festeggiato. Ci si
diverte, certo. Ma non è come quando partecipi alla gioia di un’amica/o che
vuole condividere con te un momento importante.
Non sono mai stata in grado di
compiere un’azione senza interrogarmi sul motivo che mi spinge a farlo. Mi sentirei
un criceto su una ruota che gira a vuoto. Si concentra su un movimento che non
ha una direzione reale.
Il rischio enorme è questo: la routine quotidiana, gli impegni
scadenzati, lo stress degli obiettivi, le paure di non farcela…sono forze
centrifughe che catalizzano la mente. Ma è davvero tutto qui?
Io credo di no e non mi vergogno a dirvi che ho fede. Una fede faticosa che a volte vacilla e che ha sempre bisogno di rinnovarsi. Una fede tortuosa.
Vivo con felicità la Pasqua perché mi ricorda la cosa più importante di tutto: L’Amore, la forza che muove il creato: granelli di sabbia e stelle, foglie e onde, nuvole e rugiada. Tutto ha in sé una scintilla di bellezza e risponde alla potenza dell’amore. E c’è un Dio che si è fatto uomo e ha amato così tanto da morire in croce per lasciare un unico messaggio: nonostante le sofferenze e i sacrifici siamo fatti per amare. Punto. Per amare noi stessi e gli altri.
Vivo con felicità la Pasqua perché mi ricorda la cosa più importante di tutto: L’Amore, la forza che muove il creato: granelli di sabbia e stelle, foglie e onde, nuvole e rugiada. Tutto ha in sé una scintilla di bellezza e risponde alla potenza dell’amore. E c’è un Dio che si è fatto uomo e ha amato così tanto da morire in croce per lasciare un unico messaggio: nonostante le sofferenze e i sacrifici siamo fatti per amare. Punto. Per amare noi stessi e gli altri.
Per questo ci stupiamo commossi
difronte a un paesaggio mozzafiato, ci emozioniamo vedendo la nascita di una
nuova creatura o banalmente piangiamo guardando un film d’amore. È il risveglio
della nostra scintilla più vera che fa le capriole quando incontra la Vita e la
Verità.
E nemmeno la morte può vincere l'Amore. L'ultimo nemico che verrà sconfitto. La Morte. Minaccia e calpesta ma si deve sottomettere docile all'Amore. Che infatti rimane e dura. L'avete sperimentato vero? L'Amore risorge, sempre. Anche tra le macerie.
Ok mi fermo e non proseguo oltre perché
non ho la presunzione di sottoporre teorie. Vorrei solo mettere una
pulce piccola piccola nell’orecchio.
Valutiamo il guadagno
e la perdita, scegliendo croce, cioè l'esistenza di Dio. Esaminiamo questi due
casi: se guadagnate, guadagnate tutto; se perdete, non perdete nulla.
Scommettete dunque che egli esiste, senza esitare.(B. Pascal)
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giovedì 6 aprile 2017
Fidanzati fantastici e dove trovarli
L'indipendente: l'uomo indipendente richiede, nella giusta misura e senza trascurarvi, i suoi tempi e i suoi spazi: non sarete messe da parte né diventerete un riempitivo. Ovviamente concederà a voi gli stessi, identici diritti, altro che pari opportunità e quote rosa. L'indipendente è la nuova frontiera del femminismo. Indispensabile.
L'attento: c’è. Semplicemente e splendidamente c’è. Quando parli ti ascolta, davvero. Non attacca occhi finti sulle palpebre per fingersi sveglio mentre tu ti arrovelli alla ricerca della soluzione a un problema. Non sbadiglia durante la discussione della tua tesi di laurea, causa di notti insonni occhiaie da panda e crampi addominali. Non potrebbe farlo. Perché lui è lì per te. E ogni tuo problema, ogni tua gioia, ogni tuo traguardo è un po’ anche il suo.
Ti capisce o almeno si sforza di capirti, di mettersi nei tuoi panni.
L’”attento” è un esemplare in via d’estinzione a causa della proliferazione dell’inarrestabile virus dell’egocentrismo, piaga sociale ad oggi ancora in fase di studio.
Marcalo stretto e ritieniti molto molto fortunata ad averlo accanto.
Il deciso: consigliato a tutte le donne impulsive o cincischiatrici, il deciso è in grado di acchiappare le proprie opportunità al momento giusto e non scappa di fronte alle responsabilità. Coglie l'attimo che ciao, Orazio, ciao. Anche quando voi non sapete farlo, perché siete così insicure da non saper scegliere nemmeno il fondotinta. Il deciso: non lasciatevelo scappare.
Il maturo: ha superato eroicamente la fase dell’adolescenza. Non ha bisogno di dimostrare agli amici di essere il più virile in una gara di rutti o il più spericolato in una corsa con gli scooter in tangenziale. Non ha bisogno di collezionare ogni sera una ragazza diversa per confermare la propria virtus. Non ricerca spasmodicamente conferme o apprezzamenti. Ha imparato ad accettarsi, a volersi bene. È completo e sa bastarsi. Probabilmente le esperienze della vita lo hanno già messo a dura prova ma ne è uscito vittorioso e ha imparato ad accogliere anche le sofferenze.
Non ti sceglierà per colmare lacune affettive o perché ti ha scambiato per un surrogato materno. Ti sceglierà perché ha visto in te qualcosa di bello che vale la pena proteggere e coltivare. Sarà amore vero e chi lo conoscerà non tornerà più indietro.
Il tradizionalista: poco incline a rinunciare ai pranzi della domenica in famiglia, il tradizionalista è legato alla famiglia in modo sano e non è cresciuto sotto una campana di vetro: rispetta valori incisi nella pietra. Seppur presente, sua madre non sarà mai invadente e voi potrete approfittarne quando non aver sbatti di cucinare. Insomma, il tradizionalista è come il maiale: non si butta via niente.
L'attivo: da non confondere con lo sportivo incallito per alcune superficiali assonanze. È un ragazzo in forma ma senza fanatismi. Ha fatto suo il motto mens sana in corpore sano ma non passa il suo tempo a scattarsi foto in palestra in fase di sollevamento pesi allo specchio. È a posto con se stesso e non ha bisogno di conferme altrui.
Dopo che vi ha conquistata non si abbandona sul divano con boxer, birretta e Playstation, assumendo con il trascorrere del tempo le sembianze e la verve di un panda. No, lui ha spirito d’iniziativa ed è intraprendente. Vi coinvolge in attività divertenti e sa gustare a pieno i piaceri della vita.
Il generoso: non significa sperperatore. Il “generoso” è un compagno di vita altruista. Non ti metterà in imbarazzo chiedendoti di pagare la cena perché conosce molto bene la galanteria. Non ti rinfaccerà la benzina spesa per percorrere il tragitto da casa sua a casa tua. E non si tratta solo di un discorso economico.
Il generoso ama e ci tiene a renderti felice. Non ha paura di andare “in perdita” a concederti troppo. Il tempo trascorso insieme non è mai uno “spreco” per lui. Cosa volete di più?
Sincero: ah, il sincero... un uomo che non conta balle ormai è come un'oasi del deserto. Sarà che il trend "ce l'ho più grosso io" ormai è un morbo universale e che le bazze sono un must per ostentare la virilità, ma un uomo che riconosce e ammette i propri limiti è meglio, e su questo non ci piove. C'aveva visto lungo Arisa quando canticchiava "sincerità, un elemento imprescindibile per una relazione stabile": occhi aperti e accaparratevi il sincero, manco fosse un parcheggio in Ventura durante il salone del mobile.
Il solare: è il tuo Sole. La tua fonte di calore. Una vera e propria manna dal cielo. Il fidanzato solare è quello che ha deciso di vivere la vita con leggerezza senza inutili paranoie. Sa sempre trovare in tasca le parole giuste da pronunciare per farti ridere anche quando con il moccio al naso e gli occhi annacquati lo guardi affranta dall’ennesima lite con la collega. Il suo abbraccio è avvolgente ed è un porto sicuro in cui approdare ogni sera per ricordarsi che in fondo le piccole e grandi sventure della quotidianità sono nulla in confronto all’amore.
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venerdì 23 dicembre 2016
10 cose che amo del Natale
#anatalepuoi essere chi di solito non sei e – SBAM! – da stronza cinica trasformarti in un grumo di romanticismo e tenerezza che un cucciolo di gattino con gli occhioni blu c’ha solo da imparare. Ecco, io sono così. Natale è il mio periodo preferito dell’anno, e me lo godo tutto, fino in fondo, dispensando amore di qua e di là. Nemmeno il traffico causato dai minus habenetes che usano la macchina solo a Natale e Pasquetta riesce a togliermi la magia.
a
E questa è la mia personale top ten delle cose che mi piace fare a Natale:
1. Mangiare il croccante: posto che a me gli altri dolci natalizi (pandoro, panettone e torrone) mi fanno schifo e che sono perennemente a dieta, Natale è il momento giusto per sfondarmi di croccante e non avere sensi di colpa che mi perseguiterebbero per il resto della vita. D’altronde è Natale, e – ricordiamolo ancora una volta che non si sa mai – #anatalepuoi.
2. Fare l’albero: quanto mi piace fare l’albero e – più in generale – addobbare la casa, voi non potete manco immaginarlo. Tutta la mia vena da arredatrice mancata trova sfogo negli addobbi natalizi, che dispongo con una cura e precisione che hanno un ché di maniacale, ma tant’è: si fottano Freud e compagnia bella, io nel mio autismo natalizio ci sguazzo proprio bene.
3. Impacchettare i regali: forse c’è qualcosa di perverso anche in questo, ma vogliamo parlare della soddisfazione di un pacchettino originale o di un fiocco ben riuscito? Del rumore delle forbici sulla carta? Una sensazione di orgoglio mista a potere quando magicamente quel nastrino si arriccia o le orecchie a ventaglio del pacchetto vi escono perfette e ben ripiegate.
4. Cantare a squarciagola le canzoni di Natale di Radio Deejay: stonando e urlando il più possibile, in barba alle convenzioni del vivere civile e possibilmente rischiando l’arresto per disturbo della quiete pubblica. Per me non è Natale finché non esce la nuova canzoncina di Pasquale & Co. Se voi non le avete mai ascoltate, iniziate: è una terapia che non può essere sostituita nemmeno da vent'anni di analisi.
5. Indossare le orecchie da renna: con orgoglio e fierezza, sempre a testa alta, tintinnanti e rosso acceso, più trash che mai. Ci vado in giro dappertutto, anche nei ristoranti trés chic e continuo a chiedermi perché non sia ancora stata assunta dal Santo Claudio per accudire Rudolph. Sappiate che l’importante, per non sembrare ridicoli, è crederci. Sempre.
6. Aspettare la neve: anche se il surriscaldamento globale trama contro di me, e a Milano non nevica più da anni, io ci credo ancora, perché "la neve tutto ovatta, l'ovatta tutto neve" e insomma la città assopita e tinta di bianco ha qualcosa di silenziosamente poetico che riesce a placare la mia quotidiana irrequietezza – e addirittura tollero il disagio che la neve cittadina provoca, causando crisi di amaxofobia generalizzate.
7. Vedere la città che luccica: proprio come la neve, anche le lucette da cui Milano viene invasa fanno la loro porca figura e contribuiscono non poco a creare la romantica atmosfera natalizia.La città sembra uscita da una favola colorata ed è così luminosa da fare impallidire Parigi, che per una volta quegli snob dei francesi muti e a casa.
8. Scegliere i regali: più che scambiarseli o comprarli, mi piace proprio il gesto della scelta, riflettere su ogni persona cui faccio un regalo per decidere cosa sia più adatto per lei. Dedicarle tempo e pensiero.E mi fermo qui, perché va bene tutto ma sono comunque il Nero e rischio di essere troppo sdolcinata. Non abituatevi troppo.
9. Confezionare pensierini fatti a mano: strettamente connesso col punto precedente, il fattoamano natalizio è un must e soprattutto è – a mio modesto parere – il modo migliore di comunicare amore ai propri cari. Palline-bricolage, dolcetti al forno, scatolette découpate sono i miei cavalli di battaglia natalizi: altro che Art Attack, Giovanni Muciaccia ti offro ripetizioni, anche gratis, che a Natale siamo tutti più buoni.
10. Passare il tempo con le persone che amo: non credo che questo punto abbia bisogno di ulteriori spiegazioni, ma un consiglio serio stavolta ve lo voglio dare. Il Natale è soprattutto stare vicino a chi si ama, è il momento giusto per dire "Ti voglio bene" a parenti, amici, fidanzati, animali da compagnia, piante grasse. Lo faccio io, la misantropa per eccellenza, possono farlo tutti.
Vi voglio bene, cari lettori.
venerdì 16 dicembre 2016
Quello che i ragazzi non dicono
Primo appuntamento: ora... parla lui!
Il primo appuntamento è un insieme di situazioni calcolabili, ma che puntualmente sviano verso l'ignoto e non ti rimane altro che la fantasia, arma efficace ma rischiosa. Che sia la ragazza che brami da tempo oppure la sconosciuta incontrata poche ore prima la solfa non cambia. L'immancabile imbarazzo di due persone che desiderano la stessa cosa, ma devono attenersi ad una condizione. Corteggiamento, galateo, mani a posto, almeno inizialmente.
Lei sorride alle battute, anche alle più brutte e insensate, lei è cortese ed educata. Lei profuma e ha i capelli ancora caldi di piastra, un trucco perfetto e di fianco a te sta seduta composta. Nel frattempo tu, misero maschio, frulli i pensieri. Lei è bella e tu non ti sei rasato, volevi andare a tagliare i capelli ma ti sei ridotto all'ultimo momento e c'era coda, così hai lasciato perdere.
Lei ti chiede del tuo lavoro ed esageri sempre un po', non troppo ma quanto basta a renderti un minimo interessante. Un lungo silenzio è sconsigliato, lei va resa partecipe, al centro dell'attenzione ma non troppo, romantico ma non eccessivamente. Signore ma coi limiti dettati dalle esperienze giovanili.
Non sai ancora che carattere abbia, datti del tempo, vedrai che dopo il primo bicchiere andrà meglio. Dopo il primo ghiaccio a livello tecnico è solo una strada in discesa, non troppo veloce da schiantarti ma nemmeno troppo lento da far saltare tutte le tue coperture. Sai che parlerà con le amiche un istante dopo averti salutato e ogni attimo è vitale. Lei sonda il terreno con tutti i sensi in spasmodico movimento e tu lo sai. Non guardare quel gruppo di svedesi ubriache che escono da un hotel, non lo fare mai, solo con la coda dell'occhio se proprio non puoi farne a meno. Basta un errore, rammenta. Lei a colpi irregolari inizia a toccarti, ti sbatte contro col gomito, ti dà dei leggeri schiaffettini sulle braccia alle tue battute che iniziano ad essere un po' sboccate. Inizi a ragionare con la fantasia e te la immagini nuda, l'importante è non fissarla.
Capita il momento di silenzio ed è un errore, correggilo subito. Un consiglio è quello di fingere di salutare qualcuno in lontananza. Piuttosto muoviti ma non smorzare la situazione. Lei inizia a lavorare con gli occhi e sai che ti bacerebbe, ma è donna: nove su dieci tocca a te creare la situazione prima o dopo che sia. La immagini nuda una seconda volta. Beviamo? Fumiamo? Hai sonno? Hai freddo? Nove su dieci ti risponderà "sto bene!" Il momento del saluto e tocca a te ragazzo. Avvicinati tu che mi avvicino anche io. Cazzo lei sta ferma, recupero spazio io. "Ci risentiamo? Ci rivediamo? Ci, ci, ci?" Ti avvicini, lei è sempre più bassa di te e piega la testa di lato. Ad ogni primo bacio, le ragazze fanno un sorriso da un lato della bocca, creando una fossetta da sorriso.
Il resto vien da sé. Sì, ma che fatica.
Lei sorride alle battute, anche alle più brutte e insensate, lei è cortese ed educata. Lei profuma e ha i capelli ancora caldi di piastra, un trucco perfetto e di fianco a te sta seduta composta. Nel frattempo tu, misero maschio, frulli i pensieri. Lei è bella e tu non ti sei rasato, volevi andare a tagliare i capelli ma ti sei ridotto all'ultimo momento e c'era coda, così hai lasciato perdere.
Lei ti chiede del tuo lavoro ed esageri sempre un po', non troppo ma quanto basta a renderti un minimo interessante. Un lungo silenzio è sconsigliato, lei va resa partecipe, al centro dell'attenzione ma non troppo, romantico ma non eccessivamente. Signore ma coi limiti dettati dalle esperienze giovanili.
Non sai ancora che carattere abbia, datti del tempo, vedrai che dopo il primo bicchiere andrà meglio. Dopo il primo ghiaccio a livello tecnico è solo una strada in discesa, non troppo veloce da schiantarti ma nemmeno troppo lento da far saltare tutte le tue coperture. Sai che parlerà con le amiche un istante dopo averti salutato e ogni attimo è vitale. Lei sonda il terreno con tutti i sensi in spasmodico movimento e tu lo sai. Non guardare quel gruppo di svedesi ubriache che escono da un hotel, non lo fare mai, solo con la coda dell'occhio se proprio non puoi farne a meno. Basta un errore, rammenta. Lei a colpi irregolari inizia a toccarti, ti sbatte contro col gomito, ti dà dei leggeri schiaffettini sulle braccia alle tue battute che iniziano ad essere un po' sboccate. Inizi a ragionare con la fantasia e te la immagini nuda, l'importante è non fissarla.
Capita il momento di silenzio ed è un errore, correggilo subito. Un consiglio è quello di fingere di salutare qualcuno in lontananza. Piuttosto muoviti ma non smorzare la situazione. Lei inizia a lavorare con gli occhi e sai che ti bacerebbe, ma è donna: nove su dieci tocca a te creare la situazione prima o dopo che sia. La immagini nuda una seconda volta. Beviamo? Fumiamo? Hai sonno? Hai freddo? Nove su dieci ti risponderà "sto bene!" Il momento del saluto e tocca a te ragazzo. Avvicinati tu che mi avvicino anche io. Cazzo lei sta ferma, recupero spazio io. "Ci risentiamo? Ci rivediamo? Ci, ci, ci?" Ti avvicini, lei è sempre più bassa di te e piega la testa di lato. Ad ogni primo bacio, le ragazze fanno un sorriso da un lato della bocca, creando una fossetta da sorriso.
Il resto vien da sé. Sì, ma che fatica.
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venerdì 28 ottobre 2016
AAA Appuntamento Cercasi
Se addirittura Wikihow propone una guida su come comportarsi durante il primo appuntamento (no, purtroppo non sto scherzando: http://it.wikihow.com/Comportarsi-durante-il-Primo-Appuntamento) significa due cose: innanzitutto che l’internet è un posto fantastico, dove si può trovare davvero di tutto, ma soprattutto che siamo dei sociopatici digitali o, come la sottoscritta, dei sociopatici punto e basta.
In primo luogo sarebbe bene non avere mai un primo appuntamento: tutto sarebbe più facile se scegliessimo il nostro compagno grazie a un’annusatina genitale come quei fortunelli dei canidi, ma, ahimè, non siamo delle Meredith Grey che si scopano un tizio a caso particolarmente figo e poi convolano a giuste nozze. E allora, da brava Miss DispensoConsigliInutili, ecco a voi la mia personalissima guida sulle tre fasi fondamentali per affrontare un primo appuntamento a testa alta e a lingua in bocca.
1. Osservazione: procedete con calma e guardatevi in giro per benino, tra amici, conoscenti, avventori del bar sotto casa. Scorrete pure i vostri contatti uozàp e cercate di capire con chi volete uscire. Limitate il numero, mi raccomando, che una lista troppo lunga vi manda in merda e poi rischiate di passare per delle donnine allegre e il pregiudizio genera mostri: due o tre maschietti bastano e avanzano. Sconsiglio vivamente di fare sfacciatamente la prima mossa: l’uomo è cacciatore (AHAHAHAHAHAHAH), illudetelo che sia stato lui ad avervi scelto, anche se sapete benissimo che non è così perché a furia di lanciargli occhiate vi è venuto uno strabismo che mollami Venere, mo’ ce sto io con gli occhi del camaleonte.
2. Ipotesi: con buona pace del caro Galileo, qui l’ipotesi è una e una sola: è quello giusto? Se già avete capito che è un coglione con la verve di un’ameba e l’utilità di una zanzara, scartatelo e ricominciate. Se invece pensate di poterlo presentare alle amiche senza vergogna, potrebbe anche funzionare, quindi continuate ad ammiccare. Prima o poi capirà (spero).
3. Sperimentazione: se il prescelto è sufficientemente sveglio da aver colto le vostre fusa, vi inviterà a uscire. Se non vi trasformate improvvisamente in Flavia Vento e lui non si rivela un fan di Salvini, siete già sulla buona strada: vuol dire che avete qualcosa di cui parlare il che, a un primo appuntamento, non guasta mai.
Come le ciligie, una chiacchiera tira l’altra e SBAM, lingua in bocca: rega’, non diciamoci fregnacce, è importante capire come bacia qualcuno. Se vi mulina la lingua in bocca che l’elica dei MAS è niente al confronto o vi sbava che nemmeno un lumacone in amore, non è quello giusto, fidatevi. Se non sa manco baciare, figuriamoci centrare adeguatamente la vostra vagina col suo pene...
Ma eccoci al tasto dolente. NIENTE ASPETTATIVE, cazzo, non fatevi illusioni davanti a una tazzina di caffè, perché già vi vedo che state lì a fantasticare su mutuo, matrimonio, figli, lieto fine demmerda. Usicteci e basta, mettete un freno al vostro emisfero destro e, per una volta, sfruttate il sinistro, che altrimenti lo spaventate e quello fugge da far impallidire Bolt. Un primo appuntamento non basta mai. Sperimentate il prescelto in tutte le situazioni possibili, prima di eleggerlo a Principe Azzurro.
Se all’ennesimo appuntamento, siete ancora convinte, voilà, l’esperimento è riuscito. Altrimenti, cambiate le premesse, e ricominciate da capo: i primi appuntamenti, come gli esami, non finiscono mai.
Istruzioni per un primo appuntamento da favola
Il primo appuntamento non si scorda mai. È una delle fasi più emozionanti di qualsiasi tipo di conoscenza, breve o eterna che sia.
È una sensazione che si espande in maniera quasi elettrica. La percepisce anche chi ci sta accanto. Euforia mista ad ansia. Come prima di debuttare in scena per uno spettacolo. Ci siamo preparate tutto l’anno, ma ci sembra di non essere comunque all’altezza. Parte un vuoto alla bocca dello stomaco e quasi quasi vorremmo rimanere chiuse dietro il sipario, al sicuro.
Soprattutto se il ragazzo in questione ci piace o ci è sempre piaciuto, magari parecchio. Si corre il grosso rischio di innamorarsi e perdere. Perché quando ci si innamora si perde sempre un po’, ci si scopre senza difese, ci si prepara a soffrire.
Il primo appuntamento è quasi un rituale magico, una formula segreta. Non ci sono ricette o manuali da seguire, è un linguaggio misterioso che si impara solo vivendolo. Ci sono però alcuni piccoli accorgimenti per una buona riuscita:
1. Il sorriso che affiora da solo è il primo insindacabile segnale. Il sorriso che non riusciamo a trattenere anche sforzandoci di non apparire delle perfette inebetite in presenza del ragazzo in questione. Il sorriso che si apre quando lui ci vede e ci saluta. Il sorriso che rimane lì appeso per qualche secondo anche quando ci siamo voltate o quando a casa, da sole, ripensiamo al momento dell’incontro. Quello è il primo campanello da non sottovalutare: una persona che sa estrarre il sorriso anche dalle nostre macerie, senza sforzi e senza apparenti ragioni, merita un primo appuntamento. Non ci sono dubbi. Inutile perdere tempo con primi appuntamenti se lui non vi sa strappare un sorriso inaspettato. Inutile un primo appuntamento in assenza di batticuore.
Scontato, ma non sempre. Non vi è mai capitato di accettare un’uscita anche solo per passare il tempo e riconfermare la vostra autostima? Non dico sia un errore imperdonabile ma molto probabilmente non si rivelerà un vero primo appuntamento.
2. La sicurezza: a prescindere dal risultato finale dell’incontro è importante ricordarsi sempre il proprio valore, che non dipenderà dalla quantità di complimenti che riceveremo.
Spesso ci concentriamo unicamente sul tentativo di piacere senza soffermarci sulla questione più importante: ma lui piacerà a me?
Certamente se già siete cotte a puntino questa domanda sarà superflua. Anche in questo caso però tenete a mente il vostro valore.
Mentre vi state preparando fate una lista scritta delle vostre qualità e dei motivi per cui un ragazzo sarebbe fortunato ad avervi al suo fianco. Ripetetela nella vostra testa fino a quando non ne sarete realmente convinte. Solo allora sarete pronte per il primo appuntamento.
Inutile dire che una ragazza sicura di sé emana un fascino irresistibile.
3. Il mistero. Non tutto, non subito. Il primo appuntamento deve lasciare il fiato sospeso. Il ragazzo dei nostri sogni deve contare i minuti per il prossimo incontro che gli concederemo. Perciò ricordiamoci di lasciare il meglio per il futuro. Non sveliamo nel dettaglio tutti gli hobby e le passioni della nostra vita, evitiamo resoconti puntuali della nostra giornata. Ci sarà tutto il tempo del mondo per lasciarsi scoprire.
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